“Mi interesso al linguaggio perché mi ferisce o mi seduce” disse Roland Barthes intorno agli anni Settanta in un suo scritto intitolato Il piacere del testo. Sono passati oltre cinquant’anni e la domanda implicita ritorna inaspettatamente alla ribalta: che cosa rende il linguaggio rilevante?
Perché ci interessa (o non ci interessa) conoscerlo e approfondirlo?
Per Barthes la risposta era emotiva, forse personale: ferire, sedurre. La rilevanza del linguaggio si giustificava per lui nella dimensione del piacere, dell’emozione e della capacità molto umana di commuovere e di irritare.
A partire dal 2025 alcune università inglesi hanno iniziato a tagliare o cancellare i corsi di laurea in Lingua e Letteratura [1], giustificando la scelta con un calo di interesse da parte degli studenti e a una serie di cambiamenti sociali, principalmente legati all’evolvere del ruolo dell’AI [2]. Rispetto alla risposta di Barthes, la posizione delle università UK appare molto più pragmatica, non certo ancorata a seduzione e sentimenti, ma a un concetto più materiale di utilità. Non ci interessa studiare le lingue, perché non serve più.
[1] BBC, 16 Dicembre 2025: https://www.bbc.com/news/articles/cnv26103d1go
[2] The Guardian, 21 Novembre 2025: https://www.theguardian.com/education/2025/nov/21/universities-blame-societal-shift-for-axing-foreign-language-degrees
Al di là delle note riflessioni sui pericoli della tecnologia e sui bei vecchi tempi, questo piccolo fatto di cronaca ci invita a chiederci a che cosa serva veramente il linguaggio nell’epoca degli occhiali AI con traduttore simultaneo. Ho la sensazione che la risposta, se c’è, potrebbe non essere cambiata molto con il tempo, e che non abbia molto a che fare con Chat GPT.
È evidente che l’utilizzo dell’AI generativa abbia cambiato la velocità e l’accessibilità delle risorse linguistiche, catapultandoci in uno scenario quasi impensabile per la generazione dei nostri genitori.
Prima dei trent’anni ho potuto viaggiare in Cina e comunicare più o meno agevolmente senza conoscere una parola di cinese, cimentarmi in dialoghi interculturali o chiedere dove si trova il bagno in un ristorante a Shenzen senza troppo sforzo, e senza dover possedere chissà quale abilità fuori dal comune. In questo senso la tecnologia ha livellato l’accesso ad alcune esperienze che sono state per millenni elitarie. Questa non è una novità, lo stesso è sempre stato vero di qualunque innovazione: la ruota, la stampa, lo smartphone.
Ma se la traduzione è la funzione più visibile del linguaggio, è davvero la più importante? Quando leggiamo un libro o guardiamo un film, quello che cerchiamo non è (o non è solo) informazione: vogliamo ridere, commuoverci, riflettere. Attraverso le parole che leggiamo e ascoltiamo, viviamo emozioni reali, quotidiane. C’è qualcosa, nel linguaggio, che va oltre la dimensione del significato e tocca corde intraducibili.
E anche se rimaniamo sul piano della traduzione, forse la questione non è semplice come sembra: è vero che abbiamo strumenti per tradurre il significato immediato delle parole in qualsiasi lingua, ma siamo certi che nulla rimanga indietro? Tornando all’esempio del viaggio in Cina, una delle cose che mi ha colpito di più è come molte traduzioni letterali dal cinese all’italiano suonassero assurde per noi, arzigogolate e quasi fiabesche. Il modo letterale per dire “preparati, il tuo caffè è quasi pronto” era qualcosa sulle righe di “spazza il tuo cortile per fare spazio al tuo ordine in arrivo”. Forse è un retaggio culturale che è entrato nella lingua corrente e che è quasi intraducibile in italiano. O forse era semplicemente un errore dell’AI. Questo non posso saperlo: d’altronde, non ho studiato il cinese all’università.
Cicerone nel De Optimo Genere Oratorum diceva che ci sono due modi di tradurre un testo: o trasferendo fedelmente il significato letterale, oppure cogliendo il senso profondo del testo, e trasferendo il significato nella lingua di atterraggio, modificando un po’ le parole per mantenerne lo spirito. È una delle prime istanze in cui si parla di traduzione di senso contro parola, tracciando una distinzione tra il ruolo di un traduttore lettarale e un traduttore d’arte.
Al di là di temi stilistici, per Cicerone un buon traduttore doveva avere una comprensione profonda della lingua di origine, per coglierne le sfumature culturali, i sottotesti, e cercare a trasportarli in un altro linguaggio. Se io cercassi di spiegare a mia nonna l’espressione inglese “it’s raining cats and dogs” dicendole che piovono cani e gatti, probabilmente non capirebbe. La mia traduzione, per quanto fedele, sarebbe inefficace: avrei perso da qualche parte il significato reale. Potrei dirle invece che piove tantissimo, o “l’ira di Dio”, e certamente da buona italiana capirebbe. Con questi aneddoti cerco di dire che forse alla fine anche la traduzione è un’arte umana, e che non si tratta semplicemente di prendere una parola e convertirla in un’altra con una relazione uno a uno, ma di arrivare al significato profondo, all’oggetto reale o immaginato che una persona ha pensato in un linguaggio e provare a portarlo in un altro.
D’altronde quello che noi chiamiamo linguaggio non è un insieme definito di regole immutabili che una macchina può leggere e computare. Con il cambiare dell’umanità e l’evolvere casuale della storia, cambia in continuazione anche la lingua e le sue regole, adattandosi man mano a cavalieri, divi del cinema e trapper di quartiere.

Per intravedere la complessità e la visceralità della relazione umana con il linguaggio, basta pensare che il nostro cervello cambia in base alle nostre conoscenze linguistiche. Ci sono differenze fisiche e cognitive importanti nel cervello di un bilingue rispetto a quello di una persona che, pur conoscendo più di una lingua, ne ha solo una come madrelingua [3]. Ai fini di questa riflessione, non è interessante tanto l’aspetto neuroscientifico, quanto l’osservazione che il linguaggio umano non è solo qualcosa che creiamo con una funzione pratica, ma una nostra caratteristica fortemente intersecata con il nostro sviluppo, e che interagendo con esso in modi diversi ci evolviamo diversamente.
[3] Franco Fabbro, The Bilingual Brain: Cerebral Representation of Languages, Brain and Language, Volume 79, Issue 2, 2001, Pages 211-222.
Il linguaggio evolve con l’uomo, ma anche l’uomo evolve e si sviluppa grazie e insieme al linguaggio. Può aver senso quindi studiare il funzionamento delle lingue non tanto perché sia una necessità pragmatica insostituibile, ma perché ci dice qualcosa di noi: tanto quanto la sociologia, la filosofia, l’arte e alcuni aspetti della scienza.
Tornando alla domanda originale, non ho una risposta definitiva sull’utilità di studiare le lingue oggi, ma forse non è questo il punto. Forse è importante riflettere non solo su quello che possiamo fare con il linguaggio, ma su come il linguaggio plasma noi e i nostri processi di apprendimento, di socializzazione, di guarigione. Se la tecnologia può sostituire alcuni aspetti e alcune funzioni del linguaggio, forse non può replicarlo nella sua interezza, con tutti i suoi effetti sull’esperienza umana soggettiva.
E anche se potesse replicarlo in toto, potrebbe valere la pena chiederci quali parti vogliamo tenere ancora per noi. Non tanto perché non possiamo fare altrimenti, ma perché ci piace farlo, perché ci diverte, ci interessa, ci fa arrabbiare.
foto 1: Veronica Greco, foto 2: Elena Pierallini

