Eugenio Baldi

Obsession e le relazioni tossiche

Quanto il film parla di noi?

Un successo inaspettato

Andiamo dritti al punto: Obsession (Curry Barker, 2025) è uno dei migliori titoli dell’anno in corso. Un’opera che ha fatto parlare di sé per meriti artistici e curiosità produttive, essendo stata sviluppata da un regista molto giovane, classe 1999, e con un budget limitato (entro il milione di dollari) incassandone però ben 444 milioni a fine luglio.

Evidentemente, il film è piaciuto molto – anche a chi vi scrive, che lo ricorda come una delle visioni più folgoranti degli ultimi mesi. Inoltre, fa sempre piacere notare come il passaparola abbia giocato un ruolo fondamentale nel suo successo, avendo avuto incassi crescenti nel corso delle settimane. Ma perché?

I meriti evidenti

La pellicola ha tutto per essere considerata un ottimo prodotto del genere horror: la tensione è costante e abbraccia lo spettatore sin dai primissimi istanti, rimanendo addosso anche nelle notti successive, spazio e tempo in cui sono ambientate numerose scene del film. Il buio della camera da letto dei protagonisti, infatti, sarà sempre più presente con il passare del minutaggio, contribuendo a creare un clima claustrofobico e ansiogeno.

Gli attori, giovani e non particolarmente noti al grande pubblico, sono pienamente in parte, mettendo in scena una dinamica di facile immedesimazione: il giovane Bear è innamorato di Nikki, una ragazza bella, capace e sicura di sé, tutto il contrario di lui. Questa differenza caratteriale gli renderà impossibile dichiararsi, risultando in un tentativo disperato per quanto tutto sommato condivisibile, un desiderio espresso a voce alta. In effetti, quante volte abbiamo sognato di poter chiedere semplicemente “vorrei che la persona amata ricambiasse i miei sentimenti?”?

Un desiderio infantile, lanciato nel vuoto, che porterà però alla tragedia. La ragazza svilupperà [1] per Bear un’ossessione che la forzerà a comportamenti sempre più grotteschi, inquietanti e violenti per proteggere la sua relazione con il ragazzo.

[1] topos classico, pensando a Re Mida, il genio della lampada o il Faust

Con queste premesse, capiamo come la potenza narrativa non si basi quindi sui pochissimi scarejump presenti nel film, ma sull’imprevedibilità del comportamento di Nikki, che, in un’escalation mostruosa, passerà da attaccamento morboso a episodi di autolesionismo e omicidi, esasperando la traccia proposta da Adrian Lyne in Attrazione fatale (1987).

Il ribaltamento

L’elemento veramente interessante, però, è un completo ribaltamento della dinamica vittima/carnefice. Bear infatti non è rappresentato come una vittima innocente, anzi: il ragazzo, insopportabile nella sua inettitudine, si rivelerà essere sempre più viscido e approfittatore. Nikki, durante una delle tante notti passate insieme a Bear, rivela nel sonno la volontà di essere uccisa per essere liberata da quella maledizione, confessando di essere sempre stata presente ma mossa come un burattino dal desiderio del protagonista. La sua vera anima è sempre stata presente e cosciente ma sepolta, mentre il suo corpo veniva manovrato da un’altra entità, la neonata parte ossessionata dal ragazzo.

Una confessione che meriterebbe una presa di coscienza di un certo tipo. Al contrario, Bear rimarrà quasi impassibile di fronte a tale scoperta, come se l’abusare di una ragazza fuori di sé non fosse uno stupro in piena regola, rivelando la sua codardia e viltà. Da quel momento ogni sua decisione diventa un atto consapevole. Scopre anche che il proprio suicidio è l’unico modo di far finire questa spirale di violenza e attaccamento – lascio a voi scoprire cosa succederà.

Perché tutto questo successo?

Il film, come detto, è ben fatto sotto tutti i punti di vista: la regia e la messa in scena sono funzionali al racconto della storia, mostrando una maturità fuori dal comune per un regista di 27 anni. La fotografia diventa man mano più cupa col passare del tempo, mettendosi al servizio della narrazione per accompagnarci nell’incubo. I quattro attori principali sono tutti in ottima forma, con Inde Navarette nel ruolo di Nikki che ruba la scena, sottolineando la sua impeccabile trasformazione da ragazza sicura a fantoccio vuoto. Basterebbe questo per giustificarne il successo clamoroso, eppure sono convinto che ci sia di più.

Obsession funziona anche e soprattutto perché parla di noi e delle nostre relazioni, ponendoci continuamente dubbi su come ci comporteremmo se avessimo un potere totale su una persona, su quali siano gli elementi imprescindibili per un sano equilibrio relazionale e anche, inevitabilmente, su quali dinamiche nascano quando è un uomo a trovarsi nella posizione dominante.

Se, come detto, possiamo inizialmente empatizzare con il desiderio espresso da Bear, il suo atteggiamento remissivo e timido oltremisura si ribalta quando si trova ad avere a che fare con una persona a lui completamente assoggettata. Debole con i forti, forte con i deboli. Spaventato dal mondo che subisce supinamente, il protagonista si rifugia in questa relazione dove è amato e adorato senza nessuno sforzo o merito. Una dinamica che non è migliorativa e arricchente in nessun modo ma che, anzi, se calata nella nostra vita di tutti i giorni ha dato adito ai peggiori istinti e pulsioni, come in alcuni casi-studio di psicologia ed etica [2] e l’esperimento Rhythm 0 di Marina Abramović, dove i passanti inflissero all’artista performer violenze e abusi sempre crescenti man mano che prendevano confidenza con quella situazione. Situazioni che ci lasciano supporre che la gente comune, quando può, abusa.

[2] tra i più famosi, l’esperimento di Milgram (esperimento di psicologia sociale condotto nel 1961 dallo psicologo statunitense Stanley Milgram)

Non fraintendiamoci, non penso che tale riscontro per l’opera sia nato perché gli spettatori hanno empatizzato con la situazione, tantomeno che ci sia stata soddisfazione sadica da parte del pubblico di vedere una ragazza tanto maltrattata consapevolmente, quanto invece perché gioca sull’estremizzare una relazione canonica, con le sue gelosie, dubbi, difficoltà e voglia di conoscersi. Lo fa esasperandone i lati peggiori ma paradossalmente eliminando alcune difficoltà, quelle date dall’incertezza e dalla scoperta, tra le fasi più elettrizzanti della relazione.

Questo rapporto monco, sintetico, non è invidiabile in nessun modo, specialmente una volta svelato l’inganno su cui si basa. Non per fare retorica, ma per sottolineare quanto una relazione possa essere galvanizzante anche perché siamo scelti ogni giorno dalla persona con cui stiamo. Invertendo i canoni tipici dell’horror, spesso basati sulla presenza di un cattivo mostruoso o raccapricciante, in Obsession funziona anche il ribaltamento di questa dinamica, dove sempre più parteggiamo per la componente violenta e fuori di sé in quanto vera vittima.

Una chiave fondamentale

La chiave di lettura femminista non è passata in sordina, quantomeno per la stampa specializzata. Certo, non è un messaggio sussurrato quello sul controllo maschile sul corpo e le intenzioni della partner donna, e su quanto una volta ottenuto questo potere non ci sia la volontà di liberarsene. In epoca di incel e redpill, storture generate da maschilismo e dibattito azzerato e sempre più violento, la storia qua raccontata è leggermente diversa, perché non parte estrema, ma lo diventa. Il protagonista non è una macchietta complessata, maschilista e retrograda sin dall’inizio [3], questo dovrebbe aiutare lo spettatore a spaventarsi ancor di più, inquietato da come una dinamica relazionale può collassare e marcire su se stessa.

Certe dinamiche non nascono da una malvagità eccezionale, ma da contesti molto comuni.

Quindi, di nuovo, cosa ci spaventa maggiormente? Nikki con un coltello in mano o un fidanzato che abusa della sua ragazza consapevolmente?

La risposta che ci diamo ci dice molto.

[3] solo complessata, il che lo rende particolarmente (e volutamente) fastidioso 

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