Eugenio Baldi

Memorie di un aspirante critico

Di quando la voglia di sembrare era energia propulsiva

Cominciai a scrivere durante le estati universitarie, spesso di notte, perché il caldo bolognese mi impediva di dormire, perché a quell’età vivere il buio dà l’idea di rientrare nel filone degli artisti maledetti e perché tornavo spesso ispirato dalla visione di grandi film in Piazza Maggiore. Un connubio perfetto che, capirete, ad oggi mi provoca un dolore fisico al solo ricordo.

Venezia 2018 e 2019 li ricordo come il Vietnam.
Alloggiavo in tenda, mangiavo un panino al giorno, perché costavano e soprattutto perché le code per mangiare e bere qualsiasi cosa erano spesso infinite. Vedevo proiezioni fino allo sfinimento (quello letterale, dato dal voler capitalizzare il tempo al Lido e del fatto che forse le sale delle proiezioni erano più comode della mia tenda) e il caldo estivo contribuiva a rendere il contesto ancora più spossante.

L’accredito stampa veniva confermato solo a luglio, il mese precedente rispetto all’inizio dell’evento. Le tempistiche erano quindi strette. Ogni anno ho anche rischiato di non trovare posto al campeggio, unica oasi accogliente in un contesto proibitivo – fortuna vuole mi sia andata sempre bene. La stessa fortuna che aveva fatto sì che, l’anno prima, avessi avuto compagnia: mi sono orientato e ho vissuto l’esperienza diversamente. Eppure quello che ricordo più vividamente è il secondo anno, quello passato interamente da solo.

Chissà se avrei ancora le stesse energie, soprattutto mentali. Ma da cosa scaturiva quella resistenza infinita?

La Cineteca a Bologna è uno dei posti che più mi hanno formato dal punto di vista cinematografico. Il periodo della triennale era anche e soprattutto quello in cui, senza controllare la programmazione, mi avviavo verso Via Lame partendo dalla parte opposta della città. Spesso andavo a piedi, quando il tempo lo consentiva (ma anche quando pioveva, anche quando nevicava, anche quando c’erano quaranta gradi all’ombra, perché questo è l’Amore), passando per strade sempre più familiari e sapendo che avrei passato la giornata là. La scusa era spesso quella di stare a studiare nella biblioteca della cineteca, dove trovavo sempre posto, ma in realtà i libri non li aprivo nemmeno (quelli di Economia quantomeno). Ho studiato però testi su Carpenter, sul cinema muto, sulle grandi commedie americane… perché ero tutto da formare. Lo sono tuttora. Cerco di sovrapporre mattoncino su mattoncino, ma continuo ad impallidire quando sento parlare determinati esperti che stimo, spesso non convenzionali (citofonare a Federico Frusciante). Sono contento di essere sempre motivato quando vengo messo di fronte alla mia ignoranza.

Forse adesso ho meno tempo, sicuramente meno di quella energia propulsiva data dal voler sembrare esperto, elemento che mi forzava alla visione di film d’autore anche quando non avevo voglia. Questa ingenuità è stata anche la mia forza in quel periodo.

Mi sono però stancato presto di scrivere, di voler “fare il critico”. Un po’ perché trovavo una stortura il fatto che ci fossero articoli a mio nome a vent’anni, quando avevo tutto da imparare – ma forse questa è una scusa – un altro po’, il motivo vero, è che nel mondo post COVID ho dovuto fare i conti con il mondo del lavoro, e questo sicuramente ha cambiato le mie abitudini. Il raccontarmi che la ragione dietro questa scelta di vita sia da ricercarsi altrove è una mirabile scusa, per evitare di dirmi che il mondo dei dipendenti mi impedisce di avere la stessa flessibilità che avevo un tempo. Forse, in realtà, è lo stesso compromesso che mi toglie le energie indirizzate verso l’esplorazione, rendendomi più pragmatico e dedito invece a fare le cose di cui ho voglia.

Ma fare solo le cose di cui si ha voglia rende anche meno produttivi, più vittima degli eventi e meno strutturati. Si cresce meno quando si ha meno tempo per se stessi.

The Theatre of Dreams (semicit.)

Le giornate in Cineteca proseguivano così: dopo la proiezione della mattina, uno degli eventi di cui ho più nostalgia, mangiavo qualcosa in zona, spesso alla macchinetta all’ingresso, e studiavo quale sala frequentare successivamente: Scorsese o Mastroianni.
Sedendomi spesso al tavolo nell’ingresso, gli avventori mi chiedevano informazioni: sapendo spesso rispondere a questioni di logistica e programmazione non ho mai rivelato a nessuno che in realtà non lavorassi lì, mi dava una grande soddisfazione essere parte di quell’ambiente a sua insaputa.

In quel periodo cominciai a scrivere articoli, spinto principalmente dalla voglia di poter partecipare ai Festival, puntando Venezia e Cannes. Come anticipato in apertura, Venezia mi ha dato soddisfazione per ben due anni. Cannes mi ha sempre rifiutato, ma prometto in questa sede che l’avrò vinta prima o poi. Cominciai a scrivere durante le estati universitarie, spesso di notte, perché il caldo bolognese mi impediva di dormire, perché a quell’età vivere il buio dà l’idea di rientrare nel filone degli artisti maledetti e perché tornavo spesso ispirato dalla visione di grandi film in Piazza Maggiore. Un connubio perfetto che, capirete, ad oggi mi provoca un dolore fisico al solo ricordo.

Non male, vero? Niente di meglio di un vaporetto alle sei di mattina per la proiezione delle 08:00.

Non sono mai stato un fan dei red carpet e non lo sono tuttora, ma il contesto veneziano rende divertente sbirciare dalle transenne per vedere la gente accalcata. Ricordo varie occasioni in cui ho tentato di infilarmi nell’ingresso prima dell’inizio delle proiezioni nella sala centrale, cercando l’accesso a qualche evento esclusivo.

Ho avuto ragione poche volte. Certo è che nessuno mi ha mai contattato per fare un film dopo avermi visto stanco, accaldato e vestito male – mi chiedo perché. Neanche le quattro chiacchiere (letteralmente quattro) che sono riuscito a scambiare con Natalie Portman alla fine di Vox Lux sono servite a qualcosa, ma le custodisco gelosamente come uno dei ricordi migliori di quell’esperienza delirante. Come i vecchi veneti in vaporetto, ascoltavo Sonic Temple dei Cult a ripetizione mentre tornavo verso il campeggio la notte, contando le poche ore di sonno che avrei avuto a disposizione prima dell’inizio delle proiezioni successive, i rumori della sala, il jingle introduttivo delle proiezioni del festival…

Il mondo della tradizionale critica scritta mi ha però lasciato interdetto. Non sapevo bene come orientarmi, e non lo so tuttora. È difficile pensare di poter aggiungere qualcosa alla critica con un pezzo scritto su due paginette, a meno di non trovare titoli di nicchia o un punto di vista nuovo su un argomento. Mi sono per questo a volte trovato in difficoltà o autocensurato. Eppure crescere significa anche vedere le cose in modo diverso: buttarsi maggiormente, avere meno culto della personalità, essere più in pace con se stessi e le cose che si vogliono ottenere nella propria vita.

Per questo sono di nuovo qua, a pensare a Venezia, a Bologna e al fatto che Echoes sarà il luogo dove riportare in vita certe riflessioni, dando lo stesso spazio a chi vorrà averne. Per condividere la stessa elettricità che solo fare quattro code al giorno, di 40 minuti ciascuna, sotto il sole per vedere un film possono dare. E, anche e soprattutto, per avere altre storie da raccontare al bar con gli amici, una delle cose per cui vale la pena vivere.

foto 1: Veronica Greco, foto 2: pagina ufficiale della Cineteca di Bologna

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